Come mai Adele fa piangere?

Con tanta pazienza e approfonditi studi, gli psicologi americani E. Glenn Schellenberg e Christian von Scheve hanno raccolto prove inoppugnabili del fatto che negli ultimi 50 anni la musica pop è diventata progressivamente più triste. I due hanno analizzato testi, melodie, accordi e ritmo di oltre mille canzoni presenti nella classifica Top 40 di Billboard dalla metà degli anni ’60 fin quasi ai giorni nostri, trovando conferma di ciò che lo scrivente, abissalmente ignorante in materia, ha solo empiricamente intuito: i testi dei maggiori successi pop sono diventati sempre più negativi e concentrati sull’io e la musica ha acquistato un suono sempre più triste e con maggiori sfumature emotive. Carta canta. Negli anni Sessanta, l’85 percento della musica commerciale era scritta in tonalità maggiore, cioè su un giro di accordi generalmente associato a sentimenti di buonumore e allegria, mentre dopo il 2000 questa percentuale crolla al 43,5. E, per soprammercato, è pure rallentato il ritmo. Ossia, in mezzo secolo la pop music è diventata meno ottimista, più melensa e egotista, un segno dei tempi. Gli psicologi ravvisano in tutto ciò forti similitudini col passaggio dalla musica classica del XVIII secolo al Romanticismo: la prima improntata a sentimenti univoci di gioia di vivere oppure di languida melanconia, mentre nella musica romantica convivono felicemente – felicemente in senso artistico, intendo – molteplici contrasti e successioni di stati d’animo anche molto lontani fra loro [in tal senso vengono citati non a caso i Radiohead, cioè quanto di più eclettico si trovi su piazza da vent’anni]. In questa pagina trovate maggiori dettagli su questa indagine, ma raccomando soprattutto l’articolo Come mai Adele fa piangere quando canta Someone like you. La musica è viva, e piange insieme a noi. Segno dei tempi, appunto: individualismo e fragilità.

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