Buffon e il calcio equo e solidale

Secondo Gigi Buffon non c’è niente di male se per esigenze di classifica una partita viene combinata: “Meglio due feriti che un morto, e se a una squadra serve un punto..”, filosofeggia il portiere, e sarei anche d’accordo con lui. Vi fu un tempo in cui le squadre si quotavano in borsa, mentre oggi sono tutte semifallite, viviamo nel dopo-finanza creativa e il concetto di sana competizione è stato superato da quello di un po’ per uno in collo a mamma. Ossia, in certi casi è più saggio pensare solidale, dimenticare la rivalità, indossare una maglietta unica e ridurre le porte a una soltanto: nessuno perde, la pace sociale è garantita, gli introiti pubblicitari e gli ingaggi dei calciatori anche, senza ansia da prestazione. Molti si sono scandalizzati, mentre a me pare che Buffon, gettata l’insostenibile maschera da macho destrorso, abbia semplicemente rivelato l’ambizione tutta nostrana di avveduto, mite travet dello stadio che timbra il cartellino, entra in campo, saltella in porta e a fine partita rientra negli spogliatoi, infila il soprabito, prende la cartella e se ne torna in famiglia. Portare a casa uno stipendio sicuro a fine mese è un male? Viviamo assediati da oligopoli e cartelli tra compagnie telefoniche, assicurazioni e banche, tutti offrono la stessa merce allo stesso prezzo per dividersi equamente i clienti: il calcio si adegua per non danneggiare nessuno, a parte quella strana razza che sono i tifosi e gli abbonati a Sky che ancora ci vogliono credere.

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