Don Chisciotte e gli altri

Immagina un attore di 45 anni, Corrado d’Elia, solo sul palcoscenico, seduto dietro una scrivania che sono le ali di un piccolo biplano rivolto alla platea e attorno al quale volteggia sospesa a mezz’aria una nube di libri, passione fatale di Don Chisciotte. Il teatro è piccolo, novantanove posti, ed è pieno. Un teatro da camera chiamato Teatro Libero, ma che potrebbe chiamarsi Teatro del Terzo Piano perché, in effetti, si trova al terzo piano di un edificio che prima del ciclone delle riqualificazioni anni ’90 fu probabilmente sede di vecchi uffici. Arrivi a teatro in ascensore, te ne vai per le scale condominiali. Un teatro in famiglia. D’Elia, da dietro il biplano alla Richard Bach è solo ma non è solo. È in tanti. Legge brani dal Don Chisciotte di Cervantes, inserisce testi di Paolo Conte cadenzati da frammenti del suo diario personale che raccontano la genesi dello spettacolo, le corse nel verde per schiarirsi le idee, i treni presi e le strade percorse. È uno spettacolo sui sognatori, su Don Chisciotte e il suo mondo bambino, sui cantautori e su squallidi alberghi che per una notte diventano la casa di una coppia clandestina, su un attore solitario che rinuncia a mettere in scena un Don Chisciotte accademico e si limita a evocarlo attraverso i frammenti dell’opera letti magistralmente per un pubblico che, così, non è più un semplice pubblico pagante e plaudente bensì un compagno di viaggio che per un’ora e mezza condivide con piacere le nuance di un progetto utopico: restituire ai sognatori la dignità calpestata da un’epoca barbara ossessionata dal tempo-lavoro. Il pubblico di Strehler che osannava la Lazzarini probabilmente non è qui, anche perché siamo circondati da gente mediamente molto giovane; però l’hidalgo matto sì, c’è, vola fra i testi sul biplano con d’Elia e ci fa sorridere grazie alla leggerezza di un teatro ridotto a affabulazione, condensato e concentrato, un teatro che magari non sa dove andare ma intanto va.


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