Postumi dell’influenza

Siamo a letto, lei mi sta mordendo un lobo mentre con le unghie finge di graffiarmi la schiena come fanno i gattini quando non estraggono completamente i minuscoli artigli. Sa di darmi i brividi, sa che mi piace, e so che le piace che mi piace. Abbiamo iniziato da qualche minuto, e non so perché mi chiedo (proprio adesso) se vede ondeggiare ritmicamente le travi del soffitto. Forse me lo chiedo perché la mia testa (proprio adesso) si sta ricordando certi film soft-core all’italiana degli anni Settanta, quando “la ciulata” – equivalente volgare, arcaico e milanese della moderna “trombata” – era una cosa da ridere fatta di inquadrature di automobili con le sospensioni di burro, dondolanti come fossero state scosse da un terremoto: sbam sbam sbam… Mi chiedo (proprio adesso) se è volgare scuoterla a quel modo. Datti una calmata. E se l’attrito contro il lenzuolo le desse fastidio? Cerco di essere più delicato, e così le si muovono anche meno le tette ma pazienza: farò a meno di questo dettaglio e mi godrò i suoi baci, francesi, avvolgenti come quando avvolge con le labbra il gelato su un cono. Perché lei il gelato non lo mangia: lo bacia; ama la vita e vive di sensi, assaggia e assapora tutto come se il mondo fosse un cono di uvafragola e panna, ogni tanto si bacia anche una spalla. Stiamo arrivando in porto senza scossoni quando, di punto in bianco, le viene un accesso di tosse. Cerca invano di reprimerlo, si mette la mano davanti alla bocca, gira il viso di lato, trattiene il fiato, niente da fare: la tosse esplode, convulsa, incontrastabile. Tossisce con tutto il corpo, ma proprio tutto: la contrazione è violenta, si chiude con lo scatto delle trappole per topi dei cartoni animati e mi scaraventa fuori come una goccia di saliva sparata da uno starnuto. Effetti imprevisti del suo post-influenza. Ride senza imbarazzo, si scusa, ride, si scusa ancora. Le carezzo uno zigomo col dorso della mano: “Se lavorassi in una hot-line ti licenzierei, rivoglio i soldi indietro”. L’attacco di tosse è passato, mi scruta serena: “Facciamo che questa volta è omaggio, non posso perdere un cliente come lei”. Sorride. Siamo insieme da anni che sembrano una settimana. Dove eravamo rimasti? Ah, sì. Risalgo fra le sue gambe, cerco la bioporta, la trovo: “Bentornato, signore”, sospira graffiandomi la schiena come un gattino. Forse qui ci voleva un altro finale, ma non è una liaison pornographique: ci fermiamo fuori dalla porta.

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