L’albero che rimase solo

Quanto mio padre, così parco nell’esprimere emozioni, possa sentirsi solo da quando mia madre non c’è più l’ho capito solo qualche giorno fa. Le cene di latte e biscotti sul tavolo deserto, il posto vuoto davanti alla tele, la sigaretta in silenzio dopo cena, nessuno da salutare prima di coricarsi. Fino a che punto ti può mancare una banale, ripetitiva buonanotte lo capisci soltanto dopo il lutto, i fiori, le visite al camposanto. In terrazza restano gli aceri di mia mamma, alberi che si accendono di rosso sangue e giallo sole in autunno, alberi che difendo a revolverate dai parassiti. Quegli aceri sono le mie navi ammiraglie, l’orgoglio di essere figlio di una madre straordinaria come sono straordinarie tutte le madri, ma la solitudine di un padre è quella di un albero rimasto solo e non ha rimedio. Non a quell’età. I vecchi non sanno descriverti la loro solitudine straziante, possono solo fartela capire. La puoi intuire dal loro attaccamento ai ricordi, ai compagni di guerra, agli spensierati anni Sessanta. Il silenzio che segue i racconti della loro gioventù, quel silenzio è la solitudine dei vecchi. Se un regista mostra un anziano silenzioso, forse è quello.

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