Sei sicuro di saper leggere?

Tra leggere con gli occhi e leggere col pensiero mi sembra passi la stessa differenza che corre fra tracannare un vino oppure degustarlo: o ti accontenti di fare il pieno di alcol, oppure fai decantare gli aromi. Mi viene in mente il compagno di università di un ex vicino di casa. Aveva fretta di laurearsi e si era iscritto a uno di quei corsi di lettura veloce, dove ti addestrano a individuare a colpo d’occhio in una pagina il concetto principale ignorando il “superfluo”. La chiamano lettura orientativa, e pare che questo studente fosse arrivato a leggere 500 pagine in un’ora, o qualcosa di simile; un metodo efficace per passare un esame senza sbatta ma con una controindicazione: ti rimane in testa più o meno il 50% del contenuto e dopo due giorni, come una sbronza, l’hai pure dimenticato (io stesso, a dire il vero, adotto spontaneamente questo metodo quando al bar scrocco il dimenticabile Corriere della Sera). Questo, è leggere con gli occhi: ti doti di un evidenziatore mentale giallo-fluorescente e alla fine hai in testa un condensato del libro senza fronzoli né dettagli: il giovane Werther si innamora di Carlotta vedendola spalmare il burro sul pane; ma lei, pur sposata con un uomo arido, tituba e infine non ne vuole sapere. L’infelice Werther si spara. Occorre dilungarsi sulla mancata carriera da diplomatico del celebre innamorato respinto, per incuriosire un amico? No. E’ sufficiente far intuire il concetto di base: Alberto, il marito sparagnino di Lotte, amministra la vita, mentre Werther la spende senza risparmio. Ragione e sentimento, si passa dall’Età dei Lumi allo Sturm-und-Drang. Leggere con la mente, invece, è sceneggiare il libro, farsene il film in testa coi personaggi in costume e immaginando le loro voci. Il tuo tempo psicologico si sincronizza con le loro azioni e alla fine non stai nemmeno più leggendo: stai dando vita al libro nella tua mente, e tutto il resto, pagina compresa, svanisce. Anni fa, a RadioTre, Alberto Rossatti leggeva romanzi a puntate e brani d’autore. Un giorno si dedicò a una pagina di Goffredo Parise con il piacere di un sommelier che sta assaggiando un vino. Raccontava la discesa sulla neve di una comitiva di sciatori della domenica e descriveva le sensazioni di una ragazza con tre semplici parole: “E stava bene”. L’attore fece un capolavoro di psicofonia e riuscì a trasformarle in un quadro: aveva riportato in vita Parise più di Parise stesso rivelandoci il bianco freddo della sua scrittura grazie a un tono impersonale ma mai noioso, e finalmente capii la differenza che passa fra divorare un romanzo o leggerlo, fra chi tracanna il vino e chi cerca di riconoscerne ogni nota a piccoli sorsi. Capii che l’arte è una sola, che fra una parola e un colore la distanza fisica è incolmabile; ma nel mondo delle emozioni essa è nulla.

PS – Il pasticciaccio di Gadda va pensato con intonazione strascicata quasi romanesca. Se lo leggi come fosse una fiaba di Rodari non funziona.

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