Un tè nel flipper

Tanto, tanto tempo fa, cioè quattro mesi o poco più, componevo frappè di parole in libertà andando a capo quando mi sembrava stesse bene farlo. Non erano poesie ermetiche: erano nulla ed esprimevano niente. Erano solo un esercizio di liberazione linguistica personale, anche se la mia vittima preferita era contenta di trovarsene il telefonino pieno. Allora avevo più verve, oggi mi riescono un po’ meno.

L’ATTESA

Che aspettavi?
Caramelle di finocchio?
Seggioline copriletto
che pasteggiano a filetto
e pepe azzurro?
No.
No.
NO.
Avevamo case sparse nel
comò, autostrade di formiche
fra divano e cucinotto.
Che? S’è rotto? S’E’ ROTTO?
Va’, telefona a chiunque
per sentire quella puzza
di velato galeone malridotto
sul fondale del mio arazzo
di Bordonchia.
Pronto? PRONTO?
Non c’è mazzo, NON C’E’ MAZZO!
Che cazzo di pugliese sei?

Finisce così, nel caos. Da ragazzo assistetti a un reading di (veri) poeti in carne e ossa. A un certo punto uno di loro salì sul palco e declamò con nonchalance: “Se a me piace bere il tè nel flipper, a te che te ne importa?”. Poi lesse sue poesie più lunghe, ma quel breve nonsenso ci aveva preparati e costretti ad abbandonare da subito l’aspettativa di un linguaggio descrittivo come quello di un romanzo, di un giornale o di una poesia di Pascoli. Fu una serata interessante, sì. Capii che la poesia è un lavoro serio.

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