Silenzio, cazzo!

Il bar che frequento, detto dei mostri per la bruttezza di alcuni avventori storici, è chiassoso. A parte l’onnipresente Radio Montecarlo, viene spesso invaso da giovani coppie di nerboruti genitori: lei, una donna volitiva e ciarliera che mitraglia a voce alta i bollettini pediatrici del figlio; lui (ma non dovrebbe essere al lavoro?) un bove che fissa appuntamenti al telefonino, un buon diavolo appassionato di mangiare e bere bene, un bravo malcico (*) quasi mai interessante. Si salutano due volte tutti insieme a saliscendi di “ciaaooo”, gridano per interrogarsi sulla quantità di escrementi prodotta dai rispettivi figli e l’aria diventa un agitarsi molecolare di fonemi che formano sillabe che formano parole che formano aggregati di banalità che ho imparato a tener fuori da me come fossero polveri sottili, a costo di passare per un eccentrico asociale. Ma a volte, complice magari una notte di incubi, quell’inferno di suoni travolge la debole barriera dei miei pensieri e s’impossessa del cervello. E se capisco di essere posseduto decido che resistere e restare è inutile. Vorrei andarmene sbattendo una porta che però non c’è.

La nostra epoca rumorosa senza silenzi, senza armonie. Povera di parole, ricca di voci. Decine di appuntamenti al giorno, puntuali a tutti, siamo incapaci di un minuto di silenzioso raccoglimento e arriviamo sempre in ritardo all’appuntamento con noi stessi. (Michele Federico Sciacca)

Dove vado quando scappo da lì? Corro a un appuntamento con me stesso, sperando di incontrarci.

(*) A. Burgess, Un’arancia a orologeria, 1962

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